Legal design: oltre la superficie

Come se la passa il legal design in Italia (spoiler: potrebbe andare molto meglio)

in Legal design

A che punto siamo con il legal design in Italia? Quanto è diffuso e praticato?
Sono domande che mi pongo spesso, soprattutto dopo che ho visto affievolirsi l’hype degli anni passati.

Un pregevole articolo di Marco Imperiale ha sollevato diversi punti interessanti sull’argomento.
Ne tratterò alcuni, sulla base dei lavori fatti negli ultimi anni per varie aziende, degli errori commessi, dei traguardi raggiunti, degli entusiasmi, delle perplessità e degli ostacoli incontrati lungo il percorso che ho da tempo intrapreso come legal designer.

Le ragioni di una lenta diffusione: non si è capito bene cosa sia

La sua diffusione sta richiedendo più del tempo del previsto”, scrive Marco Imperiale. Perché?
Nel rispondere, prendo spunto da ciò che mi è stato detto in diverse occasioni da general counsel e legali di grandi aziende: “ho sentito parlare di legal design, ma non ho capito bene cosa sia”.
È un’affermazione che tira in ballo due aspetti distinti:

  1. in cosa consiste il legal design?
  2. come viene divulgato?

La prima domanda richiama quanto lamentato da Marco Imperiale: non esiste una definizione univoca di legal design.
Vero. Ma questo dipende dai molteplici ambiti del diritto in cui può essere applicato.
Legal design è un modo di progettare documenti (meglio, e più in generale, contenuti), prodotti, servizi, procedure, sistemi, addirittura regole. Tanta roba che va sotto un unico grande ombrello chiamato legal design.

La difficoltà nell’inquadrarlo deriva anche dal fatto che ad ognuno di questi ambiti corrisponde una particolare ramo del design: content design, information design, UI design, service design, system design ecc.

Per quanto mi riguarda, lavorando a contatto con le aziende ho capito che non c’è solo un problema di front end, di come vengono comunicati i contenuti legali all’esterno. Ma anche di back end, ossia della difficoltà a gestire l’enorme massa di informazioni che investe chi si occupa di diritto (i legali, la compliance ecc.). Massa in continua evoluzione ed espansione e di cui i contratti o le policy costituiscono solo la parte emersa dell’iceberg. Questo è un territorio su cui il legal design può e deve dire la sua perché può portare enormi benefici alla produttività delle organizzazioni.

Chiusa questa considerazione personale, il guaio è che in Italia il legal design è sempre stato e continua a essere inteso come sinonimo di documenti (contratti e informative privacy) visuali, con uno spruzzo di colore, qualche icona e un layout più decente del classico documento Word.
Di conseguenza, viene percepito come un “nice to have”, per usare le parole di Marco Imperiale.
Perché è diffusa questa percezione?
Rispondere a questa domanda mi porta in realtà a rispondere al quesito che avevo posto più sopra, vale a dire: come viene divulgato il legal design?

Perché non si è capito bene cosa sia: Google docet

Dobbiamo fare i conti con una amara realtà: la stragrande parte dei legali si informa sul tema limitandosi a fare una ricerca su Google.

Provate anche voi a cercare le parole “legal design” su Google. I risultati a mio parere sono sconfortanti (il che ci dice tanto anche sull’efficienza attuale di Google come motore di ricerca): articoli generici e banali, spesso una maldestra traduzione o un riassunto di alcuni brani tratti da “Law by design” di Margaret Hagan; nessun tipo di approfondimento.

Di fronte alla prima pagina di risultati su Google è ben normale che un legale possa ammettere di non aver capito cosa sia questo legal design. Al più il legale capirà che legal design significa avere un documento carino, creato grazie all’intuizione di un designer creativo.

Il ruolo delle università

Nella divulgazione del legal design un ruolo fondamentale dovrebbero avere le facoltà di giurisprudenza.
Questo invece non sta accadendo.

Il motivo principale credo sia comune a tutta la comunità di giuristi: forse dirò una banalità, ma per capire, divulgare e mettere in pratica il legal design è necessario mettersi a studiare il design (quel content design, service design, interaction design, ui, ux design, ecc. di cui scrivevo sopra), non limitarsi a leggere a spizzichi e bocconi il solito Law by design della solita Margaret Hagan.

Inciso: quel sito e quel contenuto risale a dieci anni fa circa. Nel frattempo, lei stessa ha scritto altrove che i legali sono stati più che altro attratti dai documenti legali visuali ma che bisogna andare oltre per esplorare i tanti possibili modi in cui il design può essere applicato al diritto.

Intendiamoci, non sostengo che chi si occupa di diritto debba essere necessariamente conoscere in maniera approfondita ogni ramo del design: sarebbe implausibile! Ma un giurista che voglia abbracciare il legal design dovrebbe possederne almeno le nozioni base di quei rami del design che possono impattare sulla loro attività, come consulenti o dentro una organizzazione.
E grazie alle quali sia in grado anche solo di intuire come il design possa essere utile nel risolvere i molteplici problemi che affronta quotidianamente: un documento incomprensibile, un flusso informativo ingestibile, una procedura contorta, un servizio inefficiente?

Tornando alle università: in quelle italiane ho l’impressione che ci si avvicini al mondo del (legal) design senza andare oltre la superficie.
Nello scrivere questo articolo ho controllato paper e più in genere le decine di pubblicazioni (libri, articoli su riviste di design e giuridiche) che negli ultimi 10 anni ho letto e conservato sul tema del legal design: quelle provenienti da università italiane che siano degne di nota sono meno delle dite di una mano.
Nè ho memoria di convegni o eventi organizzati negli ultimi tempi. Se volete segnalarmeli ne parlerò volentieri.

Il ruolo della community

Se le università sono sostanzialmente ferme, che ruolo gioca chi opera nel mondo del lavoro?
Bisogna “rafforzare la comunità di professionisti che praticano la disciplina”, scrive Marco Imperiale.
Una community vivace contribuisce alla (buona) divulgazione, verissimo.
Più che rafforzarla, tuttavia, bisognerebbe crearla, perché al momento ognuno corre per conto proprio, come se fosse una corsa all’oro nel Klondike. Mancano quindi occasioni di confronto e di divulgazione che non si riducano a un post su LinkedIn (mea culpa nel non aver insistito nel crearle).

Magari l’intervento di Marco Imperiale e questa mia risposta, possano innescare un processo virtuoso che porti a creare una community organizzata!

E quindi?

Riassumendo: il legal design è percepito come sinonimo di documenti visuali, nice to have, perché se ne parla poco e male.
Ma questo nice to have lo si ottiene a fronte di un impegno notevole che porta a chiedersi se ne valga la pena affrontarlo. È un circolo vizioso che va spezzato.

Come? Dobbiamo parlare di più ma soprattutto meglio del legal design. Dobbiamo studiare e quindi andare oltre la superficie sia nostri progetti e che nell’opera di divulgazione.
Dobbiamo creare quella cultura che porti il legal design al di là della cerchia degli early adopters.

Ha ragione Marco Imperiale, siamo davanti a un bivio. Dobbiamo fare in modo di non imboccare la strada sbagliata.

Si parla di design anche come critica dello stato esistente e come ricerca di alternative possibili. Prendete questo mio articolo come tale! E per conto mio continuerò a parlare di legal design su questo blog, nella mia newsletter, nel mio canale Telegram e ovunque sia possibile.

Design, parole e diritto

Curo una newsletter dedicata al legal design e alla scrittura giuridica: parlo del mio lavoro, di come progettare documenti, servizi e testi legali, con uno sguardo su ciò che è realizzato in Italia e nel resto del mondo. La invio non più di una volta al mese.

Chi sono, in breve

Sono un avvocato e un legal designer: semplifico i documenti legali rendendoli comprensibili a chiunque. Mi occupo anche di contratti per imprese e freelance e di privacy.