Perché nei testi giuridici non andrebbe usata la parola “ovvero”

Per evitare ambiguità che portano direttamente in tribunale, ad esempio.

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Usare la parola “ovvero” nei testi giuridici comporta un rischio che sarebbe meglio non correre.
Se ne parla da tempo, eppure questa parola continua a ricorrere di frequente nelle leggi, nei contratti, nelle policy. Ho appena contato: nel mio contratto di conto corrente ricorre 67 volte.
Perché è rischioso usare la parola ovvero in testi giuridici, che dovrebbero essere il più possibile precisi e quindi privi di ambiguità?

Il duplice significato di “ovvero”

Nella lingua italiana questo termine, a seconda dei contesti, può avere due significati diversi:

  • esplicativo (cioè, ossia)
  • disgiuntivo (oppure).

È grazie al contesto o alle conoscenze di chi legge il testo che è possibile sciogliere l’ambiguità di ovvero e, dunque, capire quale delle due accezioni sia stata scelta da chi ha scritto il testo.

Tuttavia, non sempre il contesto è chiaro e non sempre la persona a cui è destinato il testo possiede le conoscenze necessarie per capire quale sia il reale significato della parola “ovvero”.

Ovvero nei testi giuridici

Il quadro è poi complicato dal fatto che se nella lingua comune il significato più frequente della parola è quello esplicativo (“arriviamo tra un’ora, ovvero alle otto”), nel linguaggio giuridico il significato prevalente è quello disgiuntivo.
Ad esempio, secondo il codice penale il delitto è colposo quando l’evento “si verifica a causa di negligenza o imprudenza o imperizia, ovvero per inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline”.

Nei testi giuridici questo è il significato prevalente ma non assoluto, tanto che l’Accademia della Crusca ha affermato rispetto al significato di “ovvero”: “Non è impensabile che, in certi casi difficili, quest’ambiguità possa anche dar luogo a lunghe cavillazioni giuridiche

Cosa che in effetti è avvenuta più volte nel corso negli ultimi anni.
Faccio due esempi, il primo legato a un bando di gara, il secondo a una norma di interpretazione autentica che ha generato disastri.

Ovvero e un bando di gara

Secondo un bando di gara su dispositivi medici, il concorrente avrebbe dovuto presentare un dispositivo che garantisse la “possibilità di elaborazione dei dati imputati (es. grafici) ovvero la possibilità per l’utilizzatore di visualizzare i dati di misurazione tramite rappresentazioni grafiche (ad es. istogrammi) direttamente sul dispositivo“.
Sul significato di quell’ovvero è nato un contenzioso tra la stazione appaltante e uno dei partecipanti alla gara.
In questo caso l’ambiguità di ovvero era così marcata che se il Tar ha ritenuto la parola avesse un significato esplicativo, il Consiglio di Stato è stato di avviso opposto: quell’ovvero aveva un significato disgiuntivo.
Come ha affermato dal Consiglio di Stato: “Mai come nel caso presente le insidie del linguaggio giuridico hanno ingenerato un equivoco foriero d’errore”.

Ovvero e una norma di interpretazione autentica (!)

Una legge del 1995 individua i soggetti tenuti ad iscriversi alla gestione separata dell’INPS.
La norma aveva generato numerosi dubbi in fase di applicazione; per questo nel 2011 il legislatore è intervenuto emanando una norma di interpretazione autentica, una norma cioè volta a chiarire il significato di quella legge del 1995.
La quale doveva dunque interpretarsi nel senso che “i soggetti che esercitano per professione abituale, ancorché non esclusiva, attività di lavoro autonomo tenuti all’iscrizione presso l’apposita gestione separata INPS sono esclusivamente i soggetti che svolgono attività il cui esercizio non sia subordinato all’iscrizione ad appositi albi professionali, ovvero attività non soggette al versamento contributivo agli enti di cui al
comma 11… –chiarisco: agli enti di previdenza per i liberi professionisti e i lavoratori autonomi–” (18, comma 12, decreto legge n.98/2011)

Non è apparso subito chiaro che significato avesse quell’ovvero, tanto che a causa della sua ambiguità sono sorti centinaia di contenziosi tra professionisti e INPS, sfociati in decisioni di segno opposto dei vari tribunali italiani (anche in Cassazione l’interpretazione data alla norma non era univoca).

In questo caso è poi paradossale che il legislatore abbia inteso chiarire il significato di una norma oscura usando proprio una parola ambigua come “ovvero”.

Sulla questione nel 2022 si è pronunciata la Corte Costituzionale, la quale, attraverso una complessa opera interpretativa, ha in sostanza affermato che quell’ovvero avesse un significato disgiuntivo.

Una vicenda che conferma come l’Italia perde un sacco di soldi per colpa delle leggi scritte male e che il legalese è nemico di quella precisione a cui dovrebbe ambire chiunque scriva un testo giuridico.

Se poi anche l’AI chiede di scrivere con parole precise, è proprio il caso di mettere in soffitta la parola “ovvero”.

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