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Su anacronistici manifesti e legal design

Le potenzialità del legal design a partire da un manifesto sui prossimi referendum

L’altro giorno passeggiavo per le vie di Roma e mi sono imbattuto in questo.

Avviso di convocazione dei comizi per il referendum 2022
Provate a capire in cosa consiste il quesito n. 3 del referendum. 

Si tratta dell’avviso di convocazione dei comizi elettorali in vista del referendum del 12 giugno prossimo. 
È un illeggibile muro di parole attaccato a uno scrostato muro di mattoni. Formalmente il Comune nell’affiggere l’avviso si è messo in linea con la legge, sostanzialmente nessuno leggerà l’avviso. 
A beneficiarne sarà solo chi ha stampato i manifesti, pagato dal Comune, cioè da tutti noi. 
È stato sempre fatto così, per lo meno dal 1948 quando è stata emanata la norma che obbliga i sindaci a dare notizia della convocazione dei comizi con “speciali avvisi”.

Cosa è cambiato dal 1989?

Questo manifesto mi ha fatto venire in mente uno dei primi articoli che ho letto, ormai quasi 10 anni fa, sul legal design.
L’articolo citava un libro del 1989, “The Electronic Media and the Transformation of Law” di Ethan Katsh, professore della Università di Yale. 
Nel libro, il prof. Katsh sosteneva che il poter comunicare, per la prima volta nella storia, telematicamente avrebbe avuto un enorme impatto sul modo di processare e comunicare le informazioni legali. 
Osservando quel manifesto sui muri di Roma verrebbe da dire che la strada è ancora lunga: ma la strada per dove
Tradotto: dove può portare il legal design applicato ad una comunicazione di questo tipo?

Il legal design è tante cose

Una risposta immediata e forse superficiale è: può portare a progettare una nuova impaginazione del manifesto, applicando alcuni principi di visual design. 
Ma è davvero questa la soluzione al problema? Per capirlo dovremmo chiederci, prima ancora: qual è il reale problema?
Il fatto che questo manifesto sia illeggibile o che, piuttosto, questo manifesto cartaceo, come strumento di comunicazione di informazioni legali, non abbia in radice alcuna ragione di esistere nel 2022? 
Legal design significa in questo caso interrogarsi sul contenuto legale ma anche sul mezzo con cui questo contenuto è trasmesso.

Un primo livello

Partendo da questa considerazione il manifesto diventa l’occasione per andare più in profondità e cogliere due dei possibili livelli su cui opera il legal design (ho scritto due dei possibili, non TUTTI i livelli): il primo che riguarda il modo di comunicare le informazioni legali
È questo l’aspetto che ha avvicinato tutti i giuristi, meglio gli avvocati, non solo italiani, al mondo del legal design. Il guaio è che, almeno in Italia, ci si è fermati qui. 
E lo si è fatto in maniera effimera: si bada più che altro a costruire documenti legali carini da vedere, a ingaggiare graphic designer per abbellire i propri contratti perché il legal design va di moda però se ne occupi la praticante o il giovane avvocato che capisce qualcosa di tecnologia.

Un secondo livello

Se pensiamo al manifesto, c’è però un secondo livello, decisamente più complesso: quello che porta a mettere in discussione la norma che prevede di avvisare la popolazione che sono convocati i comizi elettorali.
Per eliminarla del tutto oppure per aggiornare il suo contenuto o cambiare il modo in cui viene applicata.
Legal design come (ri)progettazione delle regole o delle procedure con cui si applicano quelle regole: magari scopriremo che la popolazione nel 2022 può essere avvisata anche senza stampare e affiggere un manifesto cartaceo.
La riprogettazione deve avvenire non riproponendo astratti formalismi, tanto cari a noi giuristi, che porterebbero a costruire un muro di mattoni ma in formato digitale (chi si occupa di processo telematico avrà capito cosa intendo); ma sulla base di un processo di design e di strumenti del design che rendano quelle procedure efficaci.

Il legal design può cambiare tante cose

Margaret Hagan, tanto citata in Italia quanto poco letta, sin dal summit sul legal design del 2019 ad Helsinki spronava ad andare oltre la superficie, oltre il primo livello.
Hagan intende il legal design come strumento per affrontare sfide più complesse, che abbiano un elevato impatto sociale: elaborare policy mediante processi partecipativi e non calati dall’alto, riprogettare servizi legali, procedure amministrative inefficienti, riformare il sistema della giustizia. 
Non a caso, da questa primavera sta curando il corso di Civic Design all’università di Stanford.
Se pensiamo che il diritto è ovunque, che i giuristi operano in ogni ambito della società, che spesso il tradizionale modo di fare dei giuristi ha effetti negativi sulla singola persona e sull’intera società, allora l’approccio che è alla base del legal design può avere degli effetti dirompenti.

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